martedì 15 agosto 2017

Aborto Volontario



Post  della  Psicoterapeuta  e Psichiatra Claudia Rivaldi (http://www.psico-terapia.it/info). Fonte originale: http://www.psico-terapia.it/aborto-volontario
A Dario Casadei,
stimato maestro.


L’aborto volontario è un tema spesso ignorato e misconosciuto dalla cultura medica e sociale, soprattutto se consideriamo l’impatto psicologico che questo evento ha sulla donna. L’articolo che segue valuta la letteratura presente sulla psicologia del lutto nel post- aborto, e offre spunti di riflessione sul lutto e sulla gestione dei principali sintomi luttuosi.
La radice etimologica della parola aborto è nel termine latino abortus, da ab-orior, letteralmente “venir meno nel nascere, non nascere, morire”; con questo termine, che è il contrario di orior, nascere, si intende dunque la fine del percorso vitale del bambino in utero.
Letteralmente aborto significa morto, perduto. La parola morto richiama inevitabilmente un altro termine, lutto, anch’esso derivante dal latino luctus (da lugere, piangere) ovvero pianto, afflizione profonda causata dalla perdita di una persona cara.
Morte – lutto descrivono una buona parte del vissuto esperienziale dell’aborto, quando cerchiamo di capire cosa accade nell’intimo di una madre, ( e alcune volte, ancora troppo poche, di un padre) quando si sceglie di interrompere una gravidanza, e dunque un processo di genitorialità.

L’aborto oggi è culturalmente svuotato del suo reale significato di morte (del bambino)/perdita (per la madre) e la società occidentale, dimentica che ogni perdita prevede un lutto, nega a chi affronta l’esperienza dell’aborto la possibilità di lutto (non si piange e non si soffre su ciò che si è scelto volontariamente), rendendo l’aborto una morte senza lutto, una morte senza dolore, e quindi per assurdo una morte neutra o addirittura spensierata (è stato meglio così).
L’aborto però non è un concetto astratto di cui discutere sul piano teorico: esso riguarda la relazione tra due interlocutori fisicamente presenti e compartecipi l’uno dell’altro.
L’aborto è un evento che segna il vissuto di moltissime donne e può condizionare la loro successiva genitorialità con i bambini che vengono dopo; l’aborto rappresenta un conflitto tra due scelte, accompagnato dalla perdita, dal lutto (Coleman et al. 2002).
L’interruzione di gravidanza condiziona il benessere sia fisico che psichico della donna, sia a breve che a lungo termine (molte donne conservano la ferita aperta dell’aborto per molti anni e soffrono intensamente anche dopo decenni) e come tutti i lutti richiede una notevole capacità di adattamento a di adeguamento alla nuova realtà; le conseguenze dell’aborto sul piano psicologico e sulla successiva qualità della vita non sono mai trascurabili.
Il lutto accade nonostante l’aborto sia un evento “scelto”, programmato, non accidentale (Bagarozzi 1994; Salvesen et al. 1997).
Il dilemma intrinseco all’aborto, scegliere tra la vita o la morte, lo rende un evento luttuoso particolarmente grave sia da condividere che da gestire ed elaborare; nelle donne e nelle coppie che compiono questa scelta resta spesso un doppio lutto, di perdita e di scelta di perdita, intimamente vissuto e solo raramente condiviso e condivisibile (Stotland, 1998; Reisser, 1999; Kero & Lalos 2000).
Si tende a pensare che chi sceglie di abortire abbia una consapevolezza tale da non provare sentimenti luttuosi e si fatica a comprendere che questa scelta, pur essendo “razionalmente” volontaria, è comunque emotivamente sofferta e può essere vissuta come scelta “indesiderabile” (Congleton & Calhoun 1993).
Le donne sperimentano per molto tempo un intenso vissuto di colpa, che le accompagna per anni; dopo l’aborto la psiche femminile è maggiormente vulnerabile allo stress psicofisico ed è stata descritta una vera e propria sintomatologia da lutto complicato, in cui ai sintomi tipici del lutto si affiancano segni e sintomi di patologie psichiatriche strutturate (Kersting et al. 2004; Kersting et al. 2005). I sintomi più frequenti di questa sindrome sono aspetti depressivi, sintomi tipici del panico, disturbi del comportamento alimentare o disturbi da uso di sostanze (Bradshaw & Slade 2003; Brockington 2000).
Il lutto complicato è un rischio presente in tutti i tipi di lutto; nel caso del lutto post abortivo questo rischio aumenta soprattutto se al momento della scelta e nel periodo immediatamente successivo sono mancati il supporto e il confronto tra partners, in famiglia, in ambito consultoriale e sanitario.
Molte donne manifestano i sintomi tipici del lutto come confusione, prostrazione, colpa, rabbia, vuoto e riportano elevati livelli di sofferenza (Bianchi-Demicheli et al. 2002). Tuttavia nella maggior parte dei casi questa sofferenza resta inespressa, perché le donne non si sentono degne e libere di soffrire, per un dolore oggetto di così tante attribuzioni di significato da essere snaturato nella sua essenza luttuosa.
Il lutto dell’aborto, ancora più degli altri lutti, viene spesso vissuto in sordina, senza cercare o ricevere appoggio esterno: il giudizio così fortemente legato all’atto incute timore laddove dovrebbe esserci ricerca di supporto e risorse e può rallentare di mesi o anni la risoluzione del lutto. Molte donne isolano il loro lutto a livello subconscio o inconscio, prendendone le distanze e negando l’effettiva portata della loro sofferenza, allo scopo di auto-curare quel dolore che non sembra condivisibile.
Molti studi sui traumi e sulle situazioni di perdita ci dicono che tra i requisiti necessari per superare l’evento in modo appropriato ci sono la disponibilità e l’accessibilità a risorse familiari, sociali, istituzionali: nel lutto dell’aborto questi requisiti spesso mancano, perché le risorse disponibili sono scarse, e spesso poco accessibili.
Di norma le donne non riescono a esprimere liberamente la loro sofferenza ed i loro pensieri relativi alla perdita e quando provano a farlo trovano interlocutori non sempre adeguati: si chiede alle donne di non pensarci, dicendo che verranno altri figli in momenti più opportuni, che lo fanno tutti e non è la fine del mondo. In molti casi le altre persone non riescono a vedere un lutto in un evento programmato volontariamente, e assumono un atteggiamento critico: “potevi pensarci prima”, “ormai è andata”, “pensa alle donne che lo perdono spontaneamente” e via discorrendo.
Approcci di questo genere spesso costituiscono le uniche alternative al silenzio e hanno il solo risultato di alimentare l’isolamento, il senso di indegnità e di giudizio, ed anche il senso di smarrimento profondo e di fragilità personale tipici della fase iniziale di ogni lutto.
Il lutto post-abortivo è in realtà un lutto plurimo, perché le “perdite” da affrontare sono molteplici, e strettamente concatenate le une alle altre. La donna sperimenta sofferenze diverse su piani diversi, che riguardano l’interruzione della relazione con il bambino, una frattura tra il prima dell’aborto ed il dopo rispetto al suo modo di sentire e percepire la realtà, ma anche di giudicarsi e di valutare le sue relazioni. Insieme all’aborto avviene una “rivoluzione”, fatta di perdite e di ricostruzioni, di fratture e di riparazioni, che si conclude con il riarrangiamento della propria identità in un’identità nuova, e con l’integrazione dell’aborto nel proprio percorso di vita.
Una donna che interrompe la gravidanza soffre sia per la perdita del bambino che per la perdita di una parte della propria immagine come persona (nei diversi ruoli di figlia, donna, compagna, cittadina, appartenente ad una comunità religiosa etc). La “perdita” di queste identità precedenti senza un corretto adeguamento è spesso responsabile di una cattiva elaborazione del lutto e espone le donne a rischio di lutto complicato, soprattutto sul versante depressivo e di condotte autolesive (uso/abuso di sostanze, disturbi del comportamento alimentare) (Fergusson et al. 2006). Molti studi sostengono che le sequele psicologiche legate al lutto sono presenti anche a distanza di mesi e anni nelle donne che interrompono la gravidanza, e sono soprattutto correlate a vissuti quali dubbi rispetto all’appropriatezza della decisione o a giudizi negativi relativamente all’evento (Broen et al. 2005; Broen et al. 2004).
A livello sociale, familiare, culturale e religioso il tema dell’aborto si accompagna ad una fitta rete di opinioni, giudizi, pregiudizi, assolutismi; una decisione presa sull’onda della vergogna, della colpa o della paura, privata della necessaria consapevolezza e obiettività costituisce un fattore predisponente per il lutto complicato ( in questi casi prevalgono i vissuti depressivi e la cosiddetta “sindrome dell’if only”: se solo avessi aspettato, se solo mi fossi rivolta a quella comunità, se solo avessi saputo, se solo avessi avuto coraggio…). Molte donne, quando scoprono di dover affrontare questa scelta riportano un senso di panico e di allarme misto a vergogna e a timore di avere fallito totalmente come persone, e rischiano di decidere in modo “dissociato”, mettendo una sorta di pilota automatico, guidate più dalla paura che da una consapevole libertà. L’iter decisionale, unito al sistema di credenze e di valori della donna e del suo nucleo sociale costituiscono due imprescindibili premesse per una buona elaborazione del lutto. Il senso di perdita e di lutto sarà tanto più forte quanto più la scelta sarà stata pilotata dall’esterno, senza tenere seriamente in considerazione il parere della donna (casi di donne minorenni “se lo tieni vai fuori di casa” o “come pensi di essere responsabile per avere un figlio?”, di mogli o fidanzate ricattate psicologicamente dai compagni : “se tieni lui, me ne vado io”) (Williams 2001).

Cosa accade durante il lutto
Il “lutto” è lo spazio di tempo che segue un evento di perdita durante il quale le persone sperimentano caratteristici pensieri ed emozioni tra cui confusione, dolore, colpa, agitazione, rabbia; non necessariamente le emozioni ed i diversi passi del lutto avvengono nella stessa sequenza e non necessariamente hanno la stessa intensità e durata per tutti. Il percorso luttuoso ha “fisiologicamente” una durata variabile da persona a persona, e va da un minimo di sei mesi ad un massimo di due anni, alternando fasi di benessere a ricadute in periodi più dolorosi e difficili.
Nel caso dell’aborto, i periodi difficili sono quelli vicini a date significative e ricorrenze: la data dell’interruzione di gravidanza, della diagnosi di gravidanza o il momento dell’ecografia che ha rilevato una patologia nel bambino, la data presunta del parto. Anche una successiva gravidanza o la nascita nel proprio ambiente familiare e sociale di bambini della stessa età del bambino perduto possono essere importanti fattori trigger di ricadute luttuose o di lutto complicato.
L’alternanza delle diverse fasi, così come la durata complessiva del lutto dipendono dalle risorse personali, dalla presenza nella propria storia di altre esperienze luttuose, dalla presenza/assenza di risorse sociali nonché dalla presenza di risorse familiari e di coppia.
In caso di interruzione di gravidanza la durata del lutto e la sua risoluzione (naturale o patologica) possono essere decisamente influenzate dalle esperienze vissute durante la gravidanza prima della sua interruzione: innanzitutto la presenza o l’assenza di un partner stabile, l’aver ricevuto sostegno prima della decisione, in famiglia, nel gruppo sociale ma anche nei contesti assistenziali, l’empatia dei medici e dei sanitari durante l’intervento e altre variabili soggettive (Elder & Laurence 1991). Sia prima che dopo l’aborto, poter condividere i passi del lutto senza doversi occupare di nascondersi o di negare la propria esperienza di perdita e le conseguenze correlate ad essa rende il processo di lutto più semplice e diminuisce il rischio di “complicazioni” psicopatologiche (Major et al. 1990).
Essendo il lutto un processo che fa parte della vita umana e non una malattia, non dovrebbe essere curato, reciso, sminuito e censurato, ma vissuto con pazienza nella sua spontanea evoluzione. Affrontare il lutto in modo adeguato e presente permette di evitare importanti conseguenze sul piano psicopatologico nel corso del tempo. Per non lasciare conseguenze psicologiche e ferite profonde il lutto dovrebbe essere lasciato libero di fare il suo corso, trovare spazi di sostegno e di condivisione, essere un momento di svolta e di maturazione personale e non l’espiazione segreta e silenziosa di una colpa per cui non c’è perdono (Hess 2004).
Le donne che vivono il lutto senza elaborarlo sono a rischio di gravi ricadute depressive durante le gravidanze successive; questo di per se dovrebbe essere un motivo sufficientemente valido per offrire alle donne un supporto nei mesi successivi all’interruzione di gravidanza.
Purtroppo la società di oggi tende a banalizzare qualunque forma di lutto, nell’intento di esorcizzare la perdita ed il dolore; nel caso di un aborto, più spesso tema di confronto politico-religioso che motivo di riflessione sui vissuti individuali di chi affronta questo evento in prima persona, la possibilità di lutto viene ulteriormente ridotta e sconfessata, negata da pregiudizi e da interpretazioni superficiali sulla liceità o meno di provare dolore in questo tipo di perdita; al posto di un supporto empatico e non giudicante, che potrebbe semplificare non la portata della perdita ma la sua elaborazione, troviamo spesso soltanto silenzio, distacco e isolamento che, come è noto, complicano il lutto sempre e comunque (De Puy Candace & Dovitch Dana, 1997 ).
La risposta iniziale alla perdita è uno stato di shock emotivo totalizzante, che coinvolge completamente la persona. Prevale generalmente un senso di confusione, misto a distacco e a un’amara sensazione di vuoto. Questo è un modo molto naturale per difendersi. Tutta la routine quotidiana e gli istinti vitali si concentrano sulla perdita e sul dolore. Il sonno, l’appetito, l’attività, la sessualità, la vita interiore possono essere scossi, se non addirittura sconvolti: si può vivere un periodo più o meno lungo di abbattimento, costernazione, inibizione, astenia o iperattività paradossale e difensiva. In questa fase si è inondati da reazioni emotive forti e profonde: profondo senso di solitudine e tristezza, disperazione, nostalgia, paura, angoscia, rabbia, rancore, rimpianti e sensi di colpa sono gli assidui compagni dei primi mesi di lutto.
C’è il rischio di rimanere imprigionati nel passato e di allontanarsi dal presente.
Durante questo periodo travagliato, in cui si impara ad accettare la realtà della perdita, si sviluppa una nuova relazione con il bambino perduto. Il dolore per la perdita accompagna ancora la donna, ma con il tempo il rapporto con il proprio dolore cambia, aumenta la consapevolezza e la capacità di affrontare le esperienze dolorose. Il lutto è un processo dinamico: il dolore si attenua poco a poco e la vita riprende, colmando i vuoti e integrando il passato al presente. Nel caso di lutto complicato le ricadute sono molto frequenti e le fasi di recupero scarse e di breve durata; tutto il percorso è ostacolato dalla permanenza di sintomi depressivi o ansiosi, ed il benessere è scarso o assente. Possono comparire e permanere idee di suicidio, o vere e proprie pianificazioni di suicidio. Il lutto complicato è sempre una situazione allarmante, che va affrontata con l’aiuto di psicoterapeuti esperti di lutto e in nessun caso deve essere banalizzata.

Il peso del distacco
La reazione emotiva successiva alla perdita è un aspetto centrale del processo del lutto (Bowlby, 1983). Il lutto è l’insieme di pensieri, stati d’animo, vissuti ed esperienze che sperimentiamo quando sentiamo di avere perso una parte di noi stessi insieme alla persona che è scomparsa dalla nostra vita. Ogni relazione che si stabilisce tra due individui, indipendentemente dalla sua durata, può intrecciarsi tanto profondamente al vissuto della persona da creare un legame di attaccamento intenso e saldo.
Molti studi relativi alla vita prenatale suggeriscono che il padre e la madre stabiliscono sempre un legame con il bambino che aspettano, sia per questioni biologiche che per questioni emozionali, legame che peraltro è rinsaldato dall’ecografia e dai movimenti fetali.
Il naturale legame madre bambino/padre bambino, è sia psichico, sia fisico, intimo, corporeo (le modificazioni legate all’instaurarsi della gravidanza non sono soltanto appannaggio dell’utero, ma di tutto il sistema mente corpo materno); questo legame rappresenta il nucleo del lutto post abortivo; rinunciare alla gravidanza diviene rinunciare alla relazione, agli aspetti negativi e agli aspetti positivi in essa intrinsecamente presenti, è interrompere un legame che già alla sua nascita è profondo e viscerale, senza poterlo proiettare in un futuro condiviso.
Perdere un figlio, anche scegliendo di perderlo, può attivare sentimenti di solitudine e dolore, di fallimento come donna e come madre, e di colpa, sia nei confronti del figlio perduto che dei figli presenti o futuri (ad esempio “che razza di madre potrò mai essere, se sono stata così abominevole da uccidere mio figlio?”). Alcuni di questi pensieri ed emozioni sono parte integrante del processo di lutto, e nel corso del tempo dovrebbero lasciare il posto a pensieri maggiormente costruttivi e meno assoluti, che contemplino in modo obiettivo le circostanze dell’evento e la situazione, senza caricarla di pregiudizi o interpretazioni. Esistono profonde differenze culturali, sociali e di genere nell’esprimere il lutto e nell’affrontare l’elaborazione: ci sono differenze soggettive, da individuo a individuo, e differenze di genere, tra uomo e donna, legate a pregiudizi culturali; ci sono poi, nel caso specifico, difficoltà peculiari legate al timore del giudizio e alla condanna morale che spesso costringe le madri che interrompono la gravidanza a contenere e nascondere il proprio lutto, come se non fossero “degne” di poterlo provare o esprimere (Korenromp et al. 2005). Molte donne vanno ad abortire in segreto e mantengono segreto non solo l’evento, ma anche il lutto che ne deriva, per anni, addirittura per la vita intera: molte si liberano dal lutto solo dopo aver trovato la forza di condividerlo con altri, ed è sorprendente come la condivisione riesca velocemente a liberarle da un peso rimasto inalterato anche per anni (Reisser 1999).
Per elaborare il lutto è fondamentale accettare l’esperienza vissuta, accettare la sofferenza che ne consegue, e acquisire il giusto rispetto per se stessi. Non si tratta di razionalizzare l’evento, ma di stare con il dolore mentale, viverlo e tenerlo accanto senza esserne sopraffatti. Eliminare totalmente il dolore, cercando di non provare più alcuna emozione negativa o razionalizzando, contribuiscono a complicare il lutto.

I sentimenti del dopo
Pena, rabbia, colpa, rimpianto, perdita di interesse per la realtà circostante e stato di abbandono sono tra le emozioni più frequenti e destabilizzanti, per la loro intensità e pervasività. I sentimenti del lutto possono anche avere effetti fisici come un senso di tensione muscolare o di rigidità, di oppressione nel petto, profonda stanchezza, ansia, insonnia o sonnolenza eccessiva, diminuzione drastica o aumento smisurato dell’appetito.
La perdita può risvegliare vissuti di abbandono che risalgono a precedenti esperienze luttuose. E’ preferibile non negare queste emozioni, ma lasciare che i sentimenti affiorino e cercare di riconoscerli. Non esistono sentimenti rispettabili o deprecabili: tutte le emozioni devono essere vissute. Gli stati d’animo saranno altalenanti: ci saranno giorni meno bui e momenti in cui invece sembrerà impossibile smettere di soffrire. Nel tempo emozioni e pensieri luttuosi torneranno a riapparire, ma ogni volta in maniera più leggera e con una durata più breve. In questi casi avere cura di se stessi e cercare l’aiuto degli altri serve a proteggersi e a mantenersi in buona salute.
Gli effetti patogeni del lutto si riducono notevolmente se la donna riesce a vivere il proprio percorso evitando la solitudine e la chiusura in sé stessa. Cercare attivamente il sostegno e la condivisione, nel rispetto della propria libertà di scelta e della propria dignità come individuo serve ad elaborare il lutto senza aggiungere altri traumi o difficoltà. E’ possibile modulare l’entità del senso di colpa e di responsabilità, ridurre l’impatto della vergogna e dello stigma sociale attraverso una maggiore accettazione della propria decisione e dei propri tempi di recupero, ma anche delle emozioni e dei vissuti che hanno accompagnato il percorso della perdita. Poter comunicare il proprio dolore a persone di fiducia, che si astengano da formulare giudizi o critiche, avere cura della propria salute fisica, stare nel momento presente, cercando sostegno e non isolandosi, aiuta a comprendere i propri sentimenti luttuosi, i propri vissuti di perdita e permette di vivere costruttivamente il dolore, nel rispetto di sé e del proprio percorso di vita.

L’elenco delle voci bibliografiche è disponibile su richiesta presso l’autrice.

sabato 12 agosto 2017

I vaccini alla luce delle 5 Leggi Biologiche

Vaccini e 5LB: quello che non ci hanno mai detto!
Premessa
Stanco di pubblicare articoli sul tema vaccini e vedere persone ancora piene di dubbi e paure mi accingo a fare una breve disamina dell’argomento vaccini alla luce delle 5 leggi biologiche in modo da far comprendere nel profondo la questione.
A tal proposito rappresento che la conoscenza delle 5 Leggi Biologiche è imprescindibile per chiunque, medici compresi, per comprendere i processi del corpo e le sue reazioni in maniera del tutto nuova, precisa e verificabile, contrariamente agli innumerevoli dubbi ed ipotesi della medicina ufficiale, ecco perché chi parla di 5 Leggi biologiche viene osteggiato ed attaccato con ogni mezzo, cosa che accade anche a chi mette in dubbio il dogma vaccinale.

Oggi non voglio parlare di cosa contengano i vaccini, anche se magari lo accennerò e neanche di come vengano immessi in commercio, due aspetti che già da soli farebbero desistere chiunque dal fare le vaccinazioni ed opporsi con cognizione di causa alle persuasioni ed imposizioni di mamma sanità.

No, oggi, a modo mio, cioè diretto e semplice poi starà ad ognuno approfondire, vi parlerò di come i vaccini siano inutili contro le malattie, sia quelle virali che quelle batteriche, in modo tale da mettere la parola fine a questo scempio sia dei nostri corpi che della nostra intelligenza.

A proposito, se ancora credete nella medicina ufficiale e i suoi metodi e studi è meglio che non leggiate oltre questo articolo se al contrario siete consapevoli che la medicina odierna è sottosopra, come dice il titolo di un libro che ho letto, allora buona lettura.


Vaccini per le malattie da virus
E’ giusto ricordare che per le malattie virali, concetto già fuorviante ma tant’è, non ci sono farmaci che possano debellare quelle tremende bestioline che dicono ci infettano e ci assalgono in ogni maniera, in dette circostanze infatti la medicina ufficiale adotta dei palliativi in modo tale da abbattere i sintomi e consentire al paziente di superare la malattia. Già questo dovrebbe farci pensare che alla malattia in realtà non ci pensano i farmaci bensì il nostro corpo in autonomia.

Appare però vero che negli ultimi anni i signori del male, ops volevo dire della malattia, ops ho sbagliato di nuovo della salute, si sono inventati farmaci talmente potenti che pare riescano anche a debellare i virus, farmaci così potenti che hanno delle conseguenze altrettanto potenti in fatto di effetti collaterali che sono ben indicate nei bugiardini che nessuno legge. Anche in questi casi essenzialmente non si tratta di uccidere i virus, ma di interrompere ogni processo patologico del corpo attraverso miscugli chimici che in seguito daranno effetti negativi ben peggiori del male stesso.

I signorotti che si fanno beffe di noi e della nostra salute non possono combattere in nessun modo i virus e per quanto possa sembrare assurdo questo è perfettamente logico, normale, ovvio, in quanto che gli esserini diabolici chiamati Virus di fatto non sono degli esserini, no, essi non vivono, non mangiano, non si riproducono, non si muovono, non infettano, non attaccano nessuno, bensì, udite udite, sono prodotti dal nostro corpo a seguito di un processo biologico sensato di ripristino(leggasi malattia) che interessa in linea di massima i tessuti collegati al foglietto embrionale ectoderma, cioè i tessuti evolutivamente più recenti degli organi e dei tessuti del corpo, tessuti che assolvono la funzione di “relazione” e “territorio”, per comprendere meglio quest’ultimo concetto sarebbe meglio leggere questo articolo [QUI] alla sezione “approfondimento sui conflitti mente-corpo” e la 3^ LB [QUI].

In definitiva i virus non sono causa di malattia come ci ripetono ossessionatamente bensì sono una conseguenza di essa, si tratta infatti di residuati proteici cellulari(scarti cellulari generati nel corso dei processi di ripristino) che vengono rilevati negli esami diagnostici motivo per il quale vengono anche accusati di esserne la causa; nella Nuova Medicina(delle 5LB) questo viene definito “effetto cicogna”. Comprendere davvero come funziona(?) la ricerca medico-scientifica ci fa capire bene perché essa è completamente fallace.

Dimenticavo di precisare che tutte le immagini che ci vengono mostrate raffiguranti virus sono false, artefatte o deliberatamente create per mostrarci un organismo che in realtà non è tale e mantenere in piedi la farsa in argomento; comprendo che questo desti sconcerto, ma non è certo la cosa peggiore che mamma sanità è abituata a fare.
Quindi riguardo ai vaccini che ci proteggono da questo o da quell’altro malefico virus viene da chiedersi perché ce li fanno? E funzionano?

La verità purtroppo fa male, molto male, ce li fanno per scopi diversi dal voler salvaguardare la nostra salute, ma ne ho già parlato a sufficienza in merito quindi vado avanti. Essi funzionano nella stessa misura che se non venissero fatti, infatti non garantiscono la protezione totale contro quella malattia anzi spesso la inducono proprio loro, ma lo fanno per il nostro bene perché ci dicono che così ci fortifichiamo, ma allora non è meglio fortificarsi con la malattia originale? No quella potrebbe farti molto male, anzi potrebbe ucciderti; queste le scuse deliranti e non certo scientifiche a cui la maggior parte delle persone viene indotta a credere ciecamente.

Vaccini per le malattie da batteri (e microbi vari)
Oggi sappiamo bene che i vaccini hanno debellato alcune pericolose malattie del passato e grazie al cielo chi ha fatto il vaccino tali patologie non le contrarrà più!
Sembra un traguardo notevole e bisogna riconoscere che i vaccini in tale contesto non sembra abbiano fallito, ma è doveroso puntualizzare tutti gli aspetti di questo trionfo.

martedì 25 luglio 2017

EVOLUZIONE NASCITE


EVOLUZIONE NASCITE




Cosa sta accadendo alla fecondazione naturale ?
Cosa vuol dire fecondazione artificiale / assistita ?
In che modo tutto ciò è parte dell'evoluzione ?
L'evoluzione NON inciampa ...


Come ho già scritto mi piace porre domande che aprono la visione piuttosto che dare risposte , il mio scopo ? Contagiare il mondo in una visione che scorge a prescindere la perfezione cosmica in azione.

Ecco un altro aspetto in crescita e sempre più futuri genitori si avvalgono della tecnologia per vivere l'esperienza del divenire genitori, come mai ?
Sarà un caso ?
E' colpa di qualcosa o qualcuno ?
Tutto risponde al principio evolutivo e quindi dal mio punto di vista anche questo aspetto ne è parte integrante.
Non c'è nessun tipo di difficoltà e non ci sono colpe, né tanto meno problematiche di fertilità..., tutto è perfetto a prescindere e dunque cosa sta accadendo ?


Ciò che vedo in tutto questo movimento è che i i genitori sono chiamati ad essere PRESENTI, CONSAPEVOLI, PARTECIPI FIN DAL CONCEPIMENTO .


Non basta più che succeda, si richiede l'impegno e la presenza da parte di entrambi i genitori prima ancora che la fecondazione sia avvenuta ....


Beh, pensare a generazioni che arrivano con una presenza così attiva dei genitori mi fa solo sorridere, e immaginare una potenza impensabile per ciò che accadrà quando questi bimbi saranno operativi nel nostro piano.
Bimbi del futuro che sanno cosa devono fare ..... Wauuu


Mi rivolgo alle Coppie che stanno percorrendo queste strade "alternative" sentendosi in qualche modo sbagliati o non in grado ..., Ebbene vi dico Voi siete Oltre e non siete malati , siete stati convocati dal futuro e quindi vi faccio i miei più calorosi complimenti.
Siete Fantastici e Grazie .


Bea

www.beatricecarnaghi.com 



giovedì 29 giugno 2017

7 motivi per i quali siamo portati a dare troppo


Chi di noi non ha mai vissuto una situazione nella quale ha dato il meglio di sè e non è stato riconosciuto? Suppongo che tutti l’abbiano già passata, ma invece di sentirsi vittime, è possibile imparare qualcosa.

Osservando me stessa e altre persone, ho individuato sette motivi (fra tanti altri che ci possono essere) per i quali ci comportiamo in questo modo.

1) Necessità di attenzione – Alle volte diamo troppo per bisogno dell’applauso o del riconoscimento. Per qualche ragione nella vita, ci siamo sentiti trascurati e da allora la ricerca di attenzione si presenta quando elemosiniamo amicizia, amore, fiducia e rispetto.
Inversione: Ogni volta che avremo l’impulso di fare, dire o dare, oltre a ciò che è stato chiesto applaudiamoci da soli. In questo modo ci ricorderemo che la reazione della persona che ha ricevuto il nostro troppo, è per noi solo un’opportunità per riflettere.

2) Paura dell’abbandono – L’essere umano è una specie che vive in branco. La paura di essere lasciato da parte è un ricordo ancestrale che riporta al senso di non appartenenza e di inadeguatezza. Per molti di noi (forse parlo di me), restare da solo è quasi un obiettivo, ma gran parte delle persone soffre quando è dimenticata o messa in disparte dal gruppo, famiglia e società. Per evitare di essere esclusi, finiamo per dare, dire e fare oltre a ciò che è stato chiesto. L’eccessiva disponibilità è una forma di manipolazione del ritorno del bene da ricevere, ma per fortuna, otteniamo l’effetto contrario. Non ricevendo i frutti del nostro investimento avremmo modo di guardarci dentro, per comprendere perchè questo succede e soprattutto da quando.
Inversione: agire spesso in risposta, non proporre, non offrirsi e non prendersela quando ci dimenticano. Gli altri e le loro azioni sono il modo migliore per comprendere ciò che da soli non riusciamo a vedere. Può darsi che con il tempo, siamo diventati pesanti e logorroici senza accorgercene.




3) Nascondere una verità – L’eccesso di disponibilità e gentilezza, nei film, è uno dei comportamenti tipici del serial killer e ormai diventa facile identificarlo già delle prime scene, non è così? Non sto dicendo, naturalmente che le persone disponibili sono assassine, ma che una delle cause della eccessiva disponibilità, è quella di nascondere una caratteristica che non si vuole venga scoperta. Questo tipo di disponibilità mantello è corredato dalla nostra inconsapevole “falsità”. Per fortuna le nostre vittime reagiscono, non considerando il nostro mantello di buonismo ed evitando ciò che non comprendono in noi.

Inversione: essere veri sempre, a prescindere, ovunque e con chiunque.

4) Necessità di approvazione – Spesso molte persone fanno, oltre a ciò che possono e vogliono, per paura di sbagliare o di essere giudicati. La paura di sbagliare, tuttavia, è la calamita degli errori di chi si sente già sbagliato in partenza. Per essere riconosciuti come bravi, (retaggio dell’interrogazione scolastica o rigidità educativa), si diventa troppo disponibili. Il bravo vuole evitare la vergogna perchè la vergogna è un dolore.
Inversione: farsi i complimenti da soli e non aspettarsi che siano gli altri a riconoscere ciò che è stato fatto. Non giudicarsi ogni volta che verrà identificata un’eccessiva disponibilità, ma usare la situazione per pensare da quando, come e perchè è iniziata la sindrome del bravo.

5) Egocentrismo – Dare oltre ciò che ci viene chiesto è anche un modo per sentirsi superiore agli altri, per vantarsi o lamentarsi nella condizione del donatore universale, super eroe o vittima perenne. La necessità di apparire può guidare i nostri gesti a punto di farci fare ben oltre a ciò che ci chiedono o che possiamo. In questa tipologia, il donatore ha l’impulso di essere superiore per nascondere un suo probabile senso di inferiorità, quindi si crea un personaggio sempre disponibile e buono che, alla fine, si nutre dei complimenti e del senso di importanza che proverà.
Inversione: fare, dire e dare dopo essersi domandato se quello che si andrà a fare, lo stiamo facendo per noi o per gli altri.

6) Credenza di salvezza – La credenza che bontà e disponibilità siano collegate alla salvezza, è un retaggio educativo ancestrale e fa sì che, per molti di noi, sia difficile dire di no agli altri, andando contro la propria volontà. In questo caso il vero motivo della eccessiva disponibilità è la paura ancestrale del fuoco dell’inferno.
Inversione: in questo caso, serve solo “perdonarsi” (per togliersi una credenza serve un’altra) e non fare ciò che non si vuole fare, senza paura di diventare un peccatore.

7) Mancanza di confine – La disponibilità eccessiva, secondo il mio pensiero, indica anche la mancanza di confini ed è questo che attiva l’invasione da parte degli altri. Non saper dire di no e lasciarsi invadere è mancanza di confine e segno di debolezza; basti pensare come in natura, per esempio, gli animali più deboli vengono lasciati da parte per morire da soli, poichè i deboli… non sono utili al gruppo. Nel campo amoroso, affettivo o amicale quando uno si dimostra senza confini (si lascia invadere), viene subito giudicato senza spina dorsale e lasciato da parte o usato. Comunque sia se ci sentiamo usati, è perchè non abbiamo dato nulla, ma l’abbiamo solo prestato e siamo lì, ancora in attesa del ritorno. Che probabilmente non arriverà mai.
Inversione: dire sempre di sì, a sè.

Ogni situazione è perfetta per imparare qualcosa.

Ora concludo con uno dei pensieri inversi che mi piacciono di più: “Ogni cosa di questo mondo ha il suo oltre. Nulla è come sembra essere o è soltanto quello che appare.”


Luciane Arboitte Dos Santos – INL

sabato 10 giugno 2017

L'anima gemella non esiste


Spesso mi cercano persone in preda alle allucinazioni d’amore. Piangono o soffrono la mancanza di qualcuno che se ne è andato, oppure sognano o attendono l’anima gemella. Arrivano anche persone che sono in coppia (magari da tanto tempo) e rimpiangono i loro spazi, vorrebbero un altro amore che non è quello con cui condividono il mutuo. 

Tanti invece sognano un amore perso nelle linee del tempo ed in altri piani esistenziali. Tutto normale, nulla di tutto ciò è ridicolo o brutto… è umano voler essere amato e amare. Ma è anche umano il fatto che dobbiamo sfatare le credenze per quanto riguarda l’amore. L’amore non è sofferenza. L’amore è bello.

Vediamo un po’, secondo i Pensieri Inversi cosa riusciamo a trasformare?

Ho UNA sola cosa da dirti:

1- Non esiste un’altra persona per ogni persona della Terra (i numeri non tornano). Qualcuno rimarrà da solo e basta.

1- Se siamo UNO siamo già con tutti, non serve nessuno di speciale.

1- Solo pochissimi riusciranno a restare con la stessa persona fino alla fine della vita, nella santa pace del mulino o della pazienza/passione infinita.

1- Non sarebbe naturale amare una sola persona. Quanto più amiamo più intelligenti siamo (parlo di amore secondo i Pensieri Inversi)

1- L’amore della nostra vita può essere sempre un nuovo amore della nostra vita, oggi. 

1- Chi impara ad amare se stesso non soffre la solitudine, anzi, si diverte.

1- La fermata dell’autobus della persona giusta ci lascia in attesa anni e anni … aspettando qualcuno che ci ami al posto nostro. Meglio partire a piedi.

1- Il delirio della ricerca ci porta via un sacco di attenzione che potremmo dedicare a noi stessi.

1- È inutile ricercare qualcuno per riempire i nostri vuoti emozionali o fisici, le persone non sono tappi!

1- L’anima gemella è una credenza che ci discosta dalla realtà.

1- Il colpo di fulmine può fulminare il nostro cervello.

1- È vero che esistono persone destinate una all’altra, ma possono anche non esistere.

1- Tutti vogliono un compagno o compagna, è biologico e naturale, ma è sempre più naturale essere felici da soli e pronti per incontrare un’altra persona felice, da sola.

1- Chi pensa di essere felice solo quando troverà qualcuno, deve anche prepararsi ad aver paura di perdere la persona che troverà.

1- La paura di perdere l’altro indica che siamo già persi, dentro.

1- Se la persona che amiamo se ne va, salutiamola!

1- Se soffriamo, non era amore. L’amore non fa male.

1- È possibile amare una persona anche senza averla e non soffrire, perché l’amore, quello vero, fa bene a chi lo prova.

1- Quando ripetiamo a noi stessi, mentalmente, che siamo liberi dall’attesa, proviamo immediata libertà e presenza. La mente cercherà di trasformare la libertà in malinconia, ma ricordiamoci che la sua paura non è la nostra.

1- Quando incontriamo l’amore vero (se necessario), non vorremmo cambiare nulla, assolutamente nulla, in lui o lei.

Ora concludo con uno dei pensieri inversi che mi piacciono di più: “Il senso della vita non può essere in un’altra persona ma con un’altra persona la vita può avere ancora più senso.”


Luciane Arboitte Dos Santos – INL