giovedì 29 giugno 2017

7 motivi per i quali siamo portati a dare troppo


Chi di noi non ha mai vissuto una situazione nella quale ha dato il meglio di sè e non è stato riconosciuto? Suppongo che tutti l’abbiano già passata, ma invece di sentirsi vittime, è possibile imparare qualcosa.

Osservando me stessa e altre persone, ho individuato sette motivi (fra tanti altri che ci possono essere) per i quali ci comportiamo in questo modo.

1) Necessità di attenzione – Alle volte diamo troppo per bisogno dell’applauso o del riconoscimento. Per qualche ragione nella vita, ci siamo sentiti trascurati e da allora la ricerca di attenzione si presenta quando elemosiniamo amicizia, amore, fiducia e rispetto.
Inversione: Ogni volta che avremo l’impulso di fare, dire o dare, oltre a ciò che è stato chiesto applaudiamoci da soli. In questo modo ci ricorderemo che la reazione della persona che ha ricevuto il nostro troppo, è per noi solo un’opportunità per riflettere.

2) Paura dell’abbandono – L’essere umano è una specie che vive in branco. La paura di essere lasciato da parte è un ricordo ancestrale che riporta al senso di non appartenenza e di inadeguatezza. Per molti di noi (forse parlo di me), restare da solo è quasi un obiettivo, ma gran parte delle persone soffre quando è dimenticata o messa in disparte dal gruppo, famiglia e società. Per evitare di essere esclusi, finiamo per dare, dire e fare oltre a ciò che è stato chiesto. L’eccessiva disponibilità è una forma di manipolazione del ritorno del bene da ricevere, ma per fortuna, otteniamo l’effetto contrario. Non ricevendo i frutti del nostro investimento avremmo modo di guardarci dentro, per comprendere perchè questo succede e soprattutto da quando.
Inversione: agire spesso in risposta, non proporre, non offrirsi e non prendersela quando ci dimenticano. Gli altri e le loro azioni sono il modo migliore per comprendere ciò che da soli non riusciamo a vedere. Può darsi che con il tempo, siamo diventati pesanti e logorroici senza accorgercene.




3) Nascondere una verità – L’eccesso di disponibilità e gentilezza, nei film, è uno dei comportamenti tipici del serial killer e ormai diventa facile identificarlo già delle prime scene, non è così? Non sto dicendo, naturalmente che le persone disponibili sono assassine, ma che una delle cause della eccessiva disponibilità, è quella di nascondere una caratteristica che non si vuole venga scoperta. Questo tipo di disponibilità mantello è corredato dalla nostra inconsapevole “falsità”. Per fortuna le nostre vittime reagiscono, non considerando il nostro mantello di buonismo ed evitando ciò che non comprendono in noi.

Inversione: essere veri sempre, a prescindere, ovunque e con chiunque.

4) Necessità di approvazione – Spesso molte persone fanno, oltre a ciò che possono e vogliono, per paura di sbagliare o di essere giudicati. La paura di sbagliare, tuttavia, è la calamita degli errori di chi si sente già sbagliato in partenza. Per essere riconosciuti come bravi, (retaggio dell’interrogazione scolastica o rigidità educativa), si diventa troppo disponibili. Il bravo vuole evitare la vergogna perchè la vergogna è un dolore.
Inversione: farsi i complimenti da soli e non aspettarsi che siano gli altri a riconoscere ciò che è stato fatto. Non giudicarsi ogni volta che verrà identificata un’eccessiva disponibilità, ma usare la situazione per pensare da quando, come e perchè è iniziata la sindrome del bravo.

5) Egocentrismo – Dare oltre ciò che ci viene chiesto è anche un modo per sentirsi superiore agli altri, per vantarsi o lamentarsi nella condizione del donatore universale, super eroe o vittima perenne. La necessità di apparire può guidare i nostri gesti a punto di farci fare ben oltre a ciò che ci chiedono o che possiamo. In questa tipologia, il donatore ha l’impulso di essere superiore per nascondere un suo probabile senso di inferiorità, quindi si crea un personaggio sempre disponibile e buono che, alla fine, si nutre dei complimenti e del senso di importanza che proverà.
Inversione: fare, dire e dare dopo essersi domandato se quello che si andrà a fare, lo stiamo facendo per noi o per gli altri.

6) Credenza di salvezza – La credenza che bontà e disponibilità siano collegate alla salvezza, è un retaggio educativo ancestrale e fa sì che, per molti di noi, sia difficile dire di no agli altri, andando contro la propria volontà. In questo caso il vero motivo della eccessiva disponibilità è la paura ancestrale del fuoco dell’inferno.
Inversione: in questo caso, serve solo “perdonarsi” (per togliersi una credenza serve un’altra) e non fare ciò che non si vuole fare, senza paura di diventare un peccatore.

7) Mancanza di confine – La disponibilità eccessiva, secondo il mio pensiero, indica anche la mancanza di confini ed è questo che attiva l’invasione da parte degli altri. Non saper dire di no e lasciarsi invadere è mancanza di confine e segno di debolezza; basti pensare come in natura, per esempio, gli animali più deboli vengono lasciati da parte per morire da soli, poichè i deboli… non sono utili al gruppo. Nel campo amoroso, affettivo o amicale quando uno si dimostra senza confini (si lascia invadere), viene subito giudicato senza spina dorsale e lasciato da parte o usato. Comunque sia se ci sentiamo usati, è perchè non abbiamo dato nulla, ma l’abbiamo solo prestato e siamo lì, ancora in attesa del ritorno. Che probabilmente non arriverà mai.
Inversione: dire sempre di sì, a sè.

Ogni situazione è perfetta per imparare qualcosa.

Ora concludo con uno dei pensieri inversi che mi piacciono di più: “Ogni cosa di questo mondo ha il suo oltre. Nulla è come sembra essere o è soltanto quello che appare.”


Luciane Arboitte Dos Santos – INL

sabato 10 giugno 2017

L'anima gemella non esiste


Spesso mi cercano persone in preda alle allucinazioni d’amore. Piangono o soffrono la mancanza di qualcuno che se ne è andato, oppure sognano o attendono l’anima gemella. Arrivano anche persone che sono in coppia (magari da tanto tempo) e rimpiangono i loro spazi, vorrebbero un altro amore che non è quello con cui condividono il mutuo. 

Tanti invece sognano un amore perso nelle linee del tempo ed in altri piani esistenziali. Tutto normale, nulla di tutto ciò è ridicolo o brutto… è umano voler essere amato e amare. Ma è anche umano il fatto che dobbiamo sfatare le credenze per quanto riguarda l’amore. L’amore non è sofferenza. L’amore è bello.

Vediamo un po’, secondo i Pensieri Inversi cosa riusciamo a trasformare?

Ho UNA sola cosa da dirti:

1- Non esiste un’altra persona per ogni persona della Terra (i numeri non tornano). Qualcuno rimarrà da solo e basta.

1- Se siamo UNO siamo già con tutti, non serve nessuno di speciale.

1- Solo pochissimi riusciranno a restare con la stessa persona fino alla fine della vita, nella santa pace del mulino o della pazienza/passione infinita.

1- Non sarebbe naturale amare una sola persona. Quanto più amiamo più intelligenti siamo (parlo di amore secondo i Pensieri Inversi)

1- L’amore della nostra vita può essere sempre un nuovo amore della nostra vita, oggi. 

1- Chi impara ad amare se stesso non soffre la solitudine, anzi, si diverte.

1- La fermata dell’autobus della persona giusta ci lascia in attesa anni e anni … aspettando qualcuno che ci ami al posto nostro. Meglio partire a piedi.

1- Il delirio della ricerca ci porta via un sacco di attenzione che potremmo dedicare a noi stessi.

1- È inutile ricercare qualcuno per riempire i nostri vuoti emozionali o fisici, le persone non sono tappi!

1- L’anima gemella è una credenza che ci discosta dalla realtà.

1- Il colpo di fulmine può fulminare il nostro cervello.

1- È vero che esistono persone destinate una all’altra, ma possono anche non esistere.

1- Tutti vogliono un compagno o compagna, è biologico e naturale, ma è sempre più naturale essere felici da soli e pronti per incontrare un’altra persona felice, da sola.

1- Chi pensa di essere felice solo quando troverà qualcuno, deve anche prepararsi ad aver paura di perdere la persona che troverà.

1- La paura di perdere l’altro indica che siamo già persi, dentro.

1- Se la persona che amiamo se ne va, salutiamola!

1- Se soffriamo, non era amore. L’amore non fa male.

1- È possibile amare una persona anche senza averla e non soffrire, perché l’amore, quello vero, fa bene a chi lo prova.

1- Quando ripetiamo a noi stessi, mentalmente, che siamo liberi dall’attesa, proviamo immediata libertà e presenza. La mente cercherà di trasformare la libertà in malinconia, ma ricordiamoci che la sua paura non è la nostra.

1- Quando incontriamo l’amore vero (se necessario), non vorremmo cambiare nulla, assolutamente nulla, in lui o lei.

Ora concludo con uno dei pensieri inversi che mi piacciono di più: “Il senso della vita non può essere in un’altra persona ma con un’altra persona la vita può avere ancora più senso.”


Luciane Arboitte Dos Santos – INL

giovedì 8 giugno 2017

I morti ci parlano nei sogni

Fonte: http://carlasalemusio.blog.tiscali.it/2015/06/12/i-morti-ci-parlano-nei-sogni/
Autrice: Dott.ssa Carla Sale Musio.


Succede spesso che le persone che abbiamo amato e che non ci sono più, trovino nei sogni un’occasione per comunicare con noi, finalmente libere dalle censure della nostra mente razionale.

Il pensiero materialista non crede possa esistere qualcosa oltre ciò che si può toccare, e lascia alle religioni il compito di raccontarci un aldilà in cui sarebbe possibile la permanenza dell’anima.

Ma la ragione fatica a credere per fede e i dogmi religiosi non soddisfano i perché dell’intelligenza.

Così sul tema della morte e della sopravvivenza ognuno coltiva le proprie convinzioni, a dispetto sia della scienza sia della fede. 

E, a volte, anche di se stesso.



Su un argomento tanto doloroso le contraddizioni sono all’ordine del giorno e, facendo il mio mestiere, capita spesso di incontrare atei che hanno paura dei fantasmi, cattolici che credono nella reincarnazione o buddisti che parlano con gli angeli.

La psicologia si colloca in una posizione diversa dalle ricerche in laboratorio, il lavoro con la coscienza è inevitabilmente privo di fisicità, ma non per questo è inesistente. Anzi!

Chi soffre di attacchi di panico sa quanto possano essere reali i pericoli invisibili e le cure fatte soltanto di parole.

L’immaterialità è il pane quotidiano di chi lavora con la psiche.

Tante persone arrivano in terapia travolte dal dolore per la morte di qualcuno che hanno amato.

Chiedono aiuto spaventate al pensiero di rifugiarsi in fantasie irreali e consolatorie ma incapaci di accettare l’idea che i loro cari siano dovuti uscire di scena per sempre.

In questi casi l’immaterialità subisce il disprezzo di una cultura che ha azzerato il valore dei sentimenti annullando l’interiorità.

Il mondo interno è uno spazio soggettivo e individuale che non si può standardizzare ne ripetere in laboratorio, ma è reale e pieno di vita! Lo dimostrano il dolore o la gioia che proviamo nei momenti importanti della nostra esistenza.

La morte di una persona cara è un evento delicato e ricco di significato proprio perché ci conduce a esplorare dimensioni diverse dalla fisicità.

Denigrare l’immaterialità e la soggettività ci priva degli unici strumenti capaci di dare valore a una perdita altrimenti terribile e crudele.

Morire vuol dire entrare in una dimensione rarefatta che fa paura proprio perché nel corso della vita non le riconosciamo alcuna realtà.

Quando il corpo scompare, ciò che resta esiste in uno spazio della coscienza privo delle coordinate materiali. Ma reale.

Da lì i nostri cari cercano di stabilire un contatto con quella parte di noi che è in grado di percepirne l’esistenza anche senza la corporeità.

E’ un contatto intimo ed emotivo fatto di sensazioni profonde e spesso prive di immagini o di parole.

E’ lo spazio dell’amore.

Lo conosciamo e ce lo permettiamo quando il corpo fisico ci aiuta a credere in una rassicurante materialità, e lo neghiamo quando invece la morte ci costringe ad ammetterne l’esistenza in assenza di riferimenti concreti.

L’amore oltrepassa la dimensione materiale e coinvolge aspetti della coscienza che sono soggettivi, emotivi e spirituali.

E’ un’energia che si estende oltre i limiti della fisicità.

Lo sanno gli innamorati, lo sanno le mamme, lo sanno gli animali… lo sanno tutti quelli che amano e hanno amato.

L’amore è qualcosa che si sente dentro e che le parole faticano a spiegare perché non è fatto di parole. Si può soltanto viverlo.

Quando i nostri cari non hanno più il corpo, rimane soltanto l’affetto che abbiamo condiviso e bisogna imparare a muoversi in una dimensione priva di concretezza e di corporeità.

Uno spazio da cui cercano di raccontarci la loro verità.

Spesso però la sofferenza che proviamo impedisce la comunicazione, bloccando l’energia affettiva dietro un muro di dolore e paura.

L’amore è l’antitesi del dolore e della paura.

Nei sogni la nostra mente finalmente si acquieta e, mentre il corpo recupera energie per affrontare la vita quotidiana, la parte affettiva della coscienza si libera del giogo imposto dal pensiero razionale e si muove leggera nelle dimensioni immateriali del sentimento.

In quegli spazi liberi dalle catene della logica prendono forma i sogni e avvengono gli incontri con le persone che non hanno più il corpo e che così possono finalmente parlare al nostro cuore.

Nei sogni ritroviamo chi ci ha lasciato e spesso viviamo la buffa sensazione di dovergli ricordare la morte.

“Ma tu sei morto…” diciamo increduli e preoccupati, permettendoci una conversazione che farebbe andare in bestia la ragione (se non dormisse).

“Lo so, lo so… ma io sto benissimo!” ci rassicura chi, pur senza avere un corpo, sente di essere se stesso e si riconosce in ciò che prova.

Sono dialoghi che avvengono in un linguaggio fatto di immagini, condensazioni e spostamenti, perciò non sempre è facile interpretarne il significato, una volta tornati allo stato di veglia.

La ragione ha bisogno di tante rassicurazioni per credere che queste comunicazioni avvengano davvero, e spesso un meccanismo di rimozione cancella i ricordi dei sogni impedendone una corretta interpretazione.

Ma nel corso dei colloqui psicologici, abbandonata la vergogna e la paura di essere derisi, le comunicazioni appaiono frequenti e ricorrenti, confermando quanto i nostri cari sentano il bisogno di rassicurarci sulla loro esistenza incorporea e sulla loro costante presenza.



Tante persone raccontano episodi in cui gli incontri sono possibili e pieni di gioia, una volta superata la dicotomia tra vita e morte che affligge il pensiero materialista.

Chi non ha più un corpo ha un amore senza confini e aspetta, al di fuori del tempo, il momento della nostra attenzione.

Amare è un modo di essere che attraversa la materialità senza appartenerle e, come un arcobaleno, rischiara il grigiore del dolore e della paura.

Nei sogni la logica mette da parte le sue pretese e cede il posto al cuore, l’unico luogo in cui sia possibile ritrovarsi.

Per sempre.

Carla Sale Musio



sabato 3 giugno 2017

Erica F. Poli - La sessualità, quello che non diciamo neppure a noi stessi

Madre made in Italy 1 - Sensi di colpa

Post originale su: http://www.lucianedossantos.com/madre-made-in-italy/

Madre made in Italy 1 – Sensi di colpa

Quando la natura ha creato le madri ha inserito la colpa come componente di fabbrica? O sarà una credenza pensare che le madri debbano assumersi il ruolo di santa?

In questi ultimi anni, studiando il comportamento delle persone, soprattutto delle madri, attraverso l’INL, ho potuto riscontrare alcuni aspetti che penso sia utile condividere. 

Come madre, sono la prima a mettermi in gioco e ad inchinarmi davanti alla divina colpa.

Perché cavolo dobbiamo sentirci sempre così?

a) Nessuno spiega alle mamme che l’insoddisfazione sessuale e personale che il loro programma epigenetico materno crea è una recita, un’ombra nei loro occhi che verrà percepita, giustamente e soprattutto, dai loro figli.

b) La stanchezza e lo stress finiscono per fermare la ruota del mulino. Farai finta che vada tutto bene, ma siccome la natura è perfetta vedrai che qualcosa andrà storto per dirci di cambiare strada.

c) L’essere umano nasce già con un debito verso chi lo ha cresciuto, allattato, partorito, alimentato, pulito, e sofferto per lui…. e glielo ricorda sempre, in caso il discendente dovesse dimenticare il suo dolore.

d) La donna (soprattutto italiana) dal momento in cui diventa madre, diventa martire e subito santa. 

e) Con la maternità, le ragazze (di tutte l’età) cambiano linguaggio, perché dalla nascita dei loro figli devono condividere con tutti quanto loro non dormano, non mangino, o mangino in più, non riposino, non vivano… Come se solo per il fatto di essere madri e donne fossero diventate entità portatrici di dolore (poveri uomini). 

f) Se non soffri non sei brava?

g) Qualcuno ha detto che con la nascita di un figlio la vita della donna finisce…beh….questi era un killer. La vita non finisce, non finisce nemmeno se il figlio ha un handicap o se la vita del figlio finisce. La vita di una madre libera delle paure è la cosa migliore che possa esistere per i suoi discendenti e anche per il mondo. Essere madre non è appartenere ad una categoria diversa o speciale di umani. La madre non è meglio del padre. Essere madre è naturale, così come è naturale non esserlo. 

h) Le madri italiane sono vittime della colpa perché cercano la perfezione Made in Italy ®. La ricerca della perfezione può essere vista anche come complesso di inferiorità ereditato.

i) Le madri provano colpa anche perché si comparano l’una con l’altra. Perché vogliono che i loro figli siano i migliori (o quanto meno i non peggiori). Vogliono sentirsi dire che i figli sono “bravi”, perché questo è ciò che è mancato loro… così diventano educatrici ventiquattro ore su ventiquattro…..e morbidi cuscini soffocafigli.

j) Non si rilassano perché sembra che ci sia una videocamera nascosta a riprenderle.

k) Nessuno aiuta o insegna a queste umane che possono lasciar perdere la sfida fra di loro e che l’errore del figlio è il loro maestro. Anche se ripeterà l’anno scolastico la rotazione della Terra non cambierà e la specie non sarà minacciata…ma la vergogna di cosa dirà la gente…

l) Quanto più vogliono usare i figli come trofeo più questi figli percepiscono che non sono visti o amati. Sono strumenti di vanità e di frustrazione. La perfezione non significa amore.

m) Intelligenza è amore.

n) L’intelligenza accoglie l’aspetto umano senza paura…come per dire ai figli: “vada come vada io ti amo”, oppure “non essere bravo, ma sii felice.”

o) Non serve comparare le pagelle del figlio con quelle degli altri perché la pagella è un foglio di numeri ed i figli sono ben altro che valutazioni. Forse dietro ad una pagella piena di dieci c’è un bimbo massacrato di ore e ore di compiti, danza, calcio, nuoto e vanità materna. Insegnano la comparazione e la competizione facendo aumentare il bullismo o la depressione nei figli.

p) Competono e sfidano le maestre interrompendo o bloccando un processo che appartiene ai figli e non a loro (poi su le maestre scriverò un altro articolo).


q) Cosa manca? Fiducia in se stesse, amore, sesso, femminile, leggerezza, abbracci, risate e una donna che sbaglia senza paura di insegnare la cosa più importante ai loro figli: essere umani.

r) No ai compiti delle vacanze. Le vacanze sono un momento per imparare dall’esempio e dalla gioia.

Luciane Arboitte Dos Santos – Sistema Didattico Inverso

martedì 23 maggio 2017

Il pensiero crea la realtà o viceversa?

IL PENSIERO CREA LA REALTA’ O VICEVERSA?

Ieri su Facebook ho pubblicato un post che, come mi aspettavo, ha generato diversi commenti e domande. Questo il testo del post:
“Sono un rivoluzionario!
Continuo a leggere che ciò che pensiamo crea la nostra realtà. In realtà è proprio il contrario. La realtà che abbiamo vissuto e continuiamo a vivere crea i nostri pensieri.
Chi ha orecchie per intendere…”
Domanda: E la realtà che viviamo da cosa o chi è creata?
Avendo promesso una risposta, eccomi a spiegare il mio pensiero.
Intanto, come ho già avuto modo di spiegare in diverse occasione, la premessa è che il pensiero da solo non crea nulla. Ciò che condensa le particelle per manifestare la realtà è l’energia delle emozioni. Il pensiero indirizza l’energia verso uno scopo, verso l’obiettivo, ma è l’emozione che ha il potete di far collassare le particelle e creare la realtà.

Detto questo veniamo alla risposta vera e propria. L’essere umano è un mammifero che si è evoluto sul pianeta Terra in milioni di anni. Ciò che noi siamo è una coscienza che per qualche motivo, forse per conoscere il piano della manifestazione fisica,  ha scelto di abbassare la propria frequenza vibrazionale e di entrare nel corpo del mammifero più evoluto: l’essere umano. Noi siamo quella coscienza. Il problema è che per entrare nel corpo umano abbiamo abbassato così tanto la nostra vibrazione che ora facciamo estremamente fatica a rimanere svegli. Il pensiero dei filosofi “chi sono io”, viene proprio da questa coscienza che ha così poca energia per rimanere sveglia e che sente questo stato di indeterminatezza, di sentirci fuori posto, che vorrebbe capire chi siamo e perché siamo qua. Per circa il 95-99% del tempo la nostra coscienza dorme e lasciamo che sia il mammifero che abitiamo a vivere, identificandoci con lui.

È anacronistico parlare ancora di inconscio. Alcuni lo fanno per ignoranza, altri per pigrizia mentale, altri ancora nascondono la verità solo per mantenere quell’alone di mistero che attribuisce loro potere. Ciò che hanno fatto gran parte delle religioni per secoli. In realtà ciò che chiamano inconscio altro non sono che le coscienze del mammifero che abitiamo.
Come la scienza ha dimostrato, questo mammifero umano ha un cervello emozionale (il Sè istintivo) e un cervello razionale (il Sè mentale). Questo mammifero umano pensa e prova emozioni e la nostra vera coscienza, che dorme per il 99% del tempo, si è quasi totalmente identificata con quel mammifero, con quel Sé istintivo e quel Sé mentale. Non è l’inconscio a governarci, ma il mammifero che abitiamo.

Quel mammifero si è formato tutte le sue convinzioni e i suoi modelli di vita sulle esperienze che ha vissuto fin dalla primissima infanzia. Tutti i modelli di pensiero, tutte le reazioni, tutte le emozioni che proviamo, sono il frutto delle esperienze passate. Il mammifero umano, pur avendo una capacità di pensiero molto evoluta, ha una coscienza poco elevata, il suo è un pensiero lineare e vive quasi in automatico (è per questo che molti studiosi paragonano la mente ad un computer). Di conseguenza il pensiero del Sé mentale non è un pensiero libero. Ciò che pensa il Sè mentale dipende dai valori appresi, dagli schemi di pensiero e soprattutto dai contenuti emozionali del Sè istintivo.

Quindi, riassumendo, per il 99% del tempo tutto ciò che pensiamo senza rendercene conto (cioè, ciò che il Sè mentale del mammifero pensa, senza che la nostra coscienza che dorme se ne renda conto) è un pensiero automatico derivato dal passato.

Ed ecco la spiegazione al post di ieri. Non è il pensiero a creare la realtà, ma per il 99% del tempo è la realtà che abbiamo vissuto, soprattutto nell’infanzia, che emozionalmente, o per i suoi schemi più o meno rigidi, genera i pensieri automatici del Sè mentale. Questi pensieri associati alle emozioni del Sè istintivo continuano ad alimentare la nuova realtà che viviamo e che tende a ripetersi.
Solo se ci svegliamo, solo se la nostra coscienza si sveglia, possiamo pensare consapevolmente e richiamare l’energia delle emozioni per creare una nuova realtà.

Mi fa sorridere chi afferma “pensa positivo”. Detto così, significa non aver capito nulla dell’essere umano. Non aver capito che se la coscienza dell’Io non ha la forza per rimanere sveglia (e qua ci ricolleghiamo al precedente articolo del mio blog) è impossibile pensare positivo, perché tra volontà ed emozione vince sempre l’emozione che genera nel Sé mentale i soliti pensieri distruttivi. Ben altre dovrebbero essere le parole di chi afferma di voler aiutare le persone a raggiungere il benessere